MIMMO CUTICCHIO LA STORIA APPESA AL FILO
D. Lei è l'ultimo portavoce di una grande scuola, di una importante famiglia, di pupari: l'arte delle marionette siciliane, è viva e rappresenta uno degli aspetti più affascinanti della cultura palermitana. Come giudica l'attuale situazione teatrale della città?
Rispetto al caos di qualche tempo fa, ora la situazione
è in fase di cambiamento: purtroppo quando ci sono cambiamenti,
si fa pulizia, con il rischio di buttare via qualcosa di troppo. Noi crediamo
al cambiamento e non vogliamo giudicare o criticare quando ancora si sta
lavorando, prima che siano stati raggiunti i risultati prefissi. In linea
generale, però, ora si parla solo di "eventi straordinari"
con artisti stranieri, come se noi non avessimo nulla da vendere, ma solo
da comprare. Per quanto riguarda l'Opera dei Pupi non si è distinto
ancora bene tra tradizione, avanguardia, pupari improvvisati e professionisti.
C'è ancora troppa confusione. Ora a Palermo ci sono due teatrini:
l'Ippogrifo, lanciato da mio padre che cerchiamo di tenere in vita, e poi
il Teatro di Santa Rosalia che è l'ultimo teatro attivo con una
programmazione. Continuiamo perché il mondo ci fa onore, ci cerca:
dagli anni Settanta in poi, per far vivere l'Opera dei Pupi, mi sono dovuto
trasformare in un emigrato. Ho portato all'estero il mio lavoro anche per
verificare se vi fossero degli elementi validi, in quello che avevo imparato
da bambino, che mi consentissero di continuare: ebbene il mondo mi ha fatto
capire che era giusto procedere. Il "mondo dei fili", dei Pupi
siciliani, non doveva essere buttato via.
D. Come si riesce a coniugare tradizione e contemporaneità?
Credo che l'Opera dei Pupi sia molto attuale:
ultimamente in Giappone i miei spettacoli sono stati inseriti nel cartellone
contemporaneo, perché gli osservatori giapponesi hanno visto che
nel nostro teatro c'era sempre pubblico: siamo la storia, certo, ma siamo
contemporanei. I nostri Pupi non sono da museo, ma da teatro…
D. Quindi la città segue l'Opera dei Pupi: esiste un rapporto vivo con il pubblico palermitano…
Due generazioni, quella degli attuali quarantenni
e cinquantenni, hanno rifiutato l'Opera: chi ha subito la Guerra ha volute
dare un taglio con il passato, con la fame, le sofferenze. Ed ha insegnato
questo rifiuto della tradizione ai propri figli. Oggi, invece, i trentenni,
che hanno completamente dimenticato, riscoprono il valore di tradizioni,
che erano state loro negate, grazie allo studio: quindi sono proprio i
giovani a darci speranza.
D. Vede dunque un futuro per l'arte dei Pupi?
Penso che quello che doveva morire sia morto:
l'Opera dei Pupi che io ho conosciuto da bambino, quella di mio padre,
è finita. Per noi un po' più tardi rispetto alle altre compagnie:
ricordo che l'ultima "piazza", a Cefalù, davanti ad un
pubblico di pescatori, fu nel 1967. Dopo mio padre aprì l'Ippogrifo,
ma dovette lavorare per i turisti. E anche allora non c'erano aiuti degli
Enti, perché si pensava che l'Opera dei Pupi non fosse un fatto
teatrale ma folcklorico. Quindi ho sempre detto che l'Opera storica è
finita, ed è così anche per il Cunto, per i Cuntastorie.
D. Ma quali prospettive vede? Qual è il ruolo di un puparo nella società?
L'Opera dei Pupi è la storia delle radici
del nostro teatro. Le marionette sono un mezzo di comunicazione di un artista
che decide di esprimersi attraverso i fili e la maschera: i pupari raccontano
storie; si racconta e si va avanti. I nostri spettacoli nuovi non tradivano
la tradizione: le storie di Cagliostro, la Passione, l'Odissea, i Briganti
continuavano il mestiere del puparo, sempre impegnato anche socialmente
e politicamente. Il teatrino del Puparo, nell'Ottocento, era un luogo di
aggregazione politica: ai tempi dell'unità d'Italia il pupo di Orlando,
paladino di Francia, in realtà portava una fascia tricolore. Era
uno dei tanti segreti che si tramandano di padre in figlio: attraverso
i Pupi si incontravano i capi rivoluzionari che preparavano l'unità
d'Italia. Ancora oggi il nostro teatro si impegna: anche nella tradizione
si possono e si devono fare cambiamenti, aperture, innovazioni, come già
faceva mio padre. Ora dobbiamo stare attenti: bisogna dare la possibilità
ai continuatori di queste tradizioni di sopravvivere, di lavorare: se qualcosa
si deve fare non si può aspettare troppo tempo. Qualcosa si sta
muovendo: esiste il progetto di una scuola, utile non tanto per conservare,
quanto per insegnare ad usare questo mezzo di comunicazione che è
la marionetta. Cercare di raccontare altre storie,antiche o moderne: Importante
è che si continui a raccontare con le marionette. (A. P.)